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Intervista a Giovanni Palmulli, a cura di Roberto G. Sacchi - Folk Bulletin - luglio/agosto 2009

Come è nato e come è cresciuto questo festival, l’unico in Italia dedicato interamente alla musica klezmer e gypsy?
Il Klezmer & Gypsy Festival Vincoli Sonori nasce nel 1996, dopo alcune riflessioni: praticamente fin da quando è nata la nostra Associazione, ci siamo occupati di cultura e musica yiddish, facendole diventare il nucleo centrale di alcuni nostri spettacoli, che hanno ottenuto un buon riscontro di pubblico e di critica. Questo particolare interesse aveva le sue radici nei primi anni ’80: si tornava in Italia, dopo alcuni viaggi di studio compiuti in Polonia, nei tempi in cui c’era ancora con la ‘cortina di ferro’, e tra i vari artisti e gruppi teatrali incontrati, avevamo incrociato alcuni ricercatori che cominciavano a far riaffiorare le sonorità degli sthetl ebraici.

Se da un lato è vero che il revival del klezmer e il suo boom hanno origine negli Stati Uniti, dove era custodita la memoria e gli archivi di ciò che si era salvato, dall’altro, un contributo determinante lo hanno dato, almeno per me e per il mio gruppo, questi pionieri delle campagne polacche. La scoperta del klezmer revival americano per me è arrivata dopo. Prima c’è stato il contatto con questa forma di ricerca sul campo, tipicamente europea e l’incontro con musicisti attivi in Francia, Germania e Belgio. Sempre nel 1996 poi, abbiamo realizzato un progetto per le scuole superiori intitolato “Il Teatro dell'Incontro”, i cui temi portanti erano l'esilio e il nomadismo delle popolazioni ebraiche e rom, articolato in incontri, spettacoli e proiezioni per studenti e genitori. Anche in questo caso, la partecipazione è stata superiore a tutte le nostre aspettative. E così, ci siamo chiesti perché non inventarci un contenitore estivo, che potesse ospitare i gruppi e gli artisti con cui eravamo venuti in contatto… questo ha coinciso con il vero e proprio boom: erano gli anni in cui si imponevano, all’attenzione di tutti, i film di Kusturica e i primi successi degli spettacoli di Moni Ovadia, pur con sfumature diverse. Così, diciamo che in tempi ancora non sospetti, siamo stati i primi, in Italia, ad organizzare concerti klezmer e gypsy, in un piccolo cimitero sconsacrato nel centro di Torino. Ogni sera il pubblico aumentava e la nostra diventava una scommessa vinta. Con gli anni, questa piccola rassegna è diventata “nomade”, trovando interesse e ospitalità in luoghi e contesti differenti: Torino prima, poi Torre Pellice e Luserna San Giovanni nelle Valli Valdesi e, in ultimo, Pinerolo, città in cui ha ritrovato dal 2001, sebbene parzialmente, una sua stanzialità, per tornare da questa nuova edizione, ad essere di nuovo itinerante.

Al successo crescente di questi due generi ha corrisposto anche una partecipazione più massiccia di pubblico alle serate?
Partito un po' in sordina, Vincoli Sonori ha conquistato sempre maggiore consensi. Il pubblico è diventato sempre più esigente ed esperto. Agli eventi serali si sono aggiunti quelli pomeridiani, destinati ad accogliere i gruppi emergenti della scena italiana ed europea. I concerti, per anni volutamente gratuiti, e mantenuti così proprio per promuovere questi generi musicali, hanno ormai totalizzato oltre 70.000 presenze. Dalla scorsa edizione, inoltre, abbiamo a disposizione il prestigioso Teatro Sociale di Pinerolo, e, pur mantenendo l’ingresso libero ai concerti pomeridiani in piazza, abbiamo inserito, anche per questioni legate ai sempre maggiori tagli di finanziamenti alla cultura, un biglietto di ingresso per i concerti serali. Una scelta coraggiosa e difficile per un festival che si svolge in piena estate. Eppure, anche in questo caso, il pubblico ci è rimasto fedele, e ha apprezzato la possibilità di gustare alcune band che, all'aperto, avrebbero sicuramente risentito dei rumori cittadini. Novità di quest'anno è, come dicevo, che abbiamo ripreso la formula itinerante, tornando a Torino. Ma non solo... vogliamo aprirci e puntare di più su un pubblico giovane, disposto a seguirci anche in contesti più idonei, come una delle grandi arene rock della cintura della città, e che stiamo cercando di coinvolgere. Una nuova scommessa, insomma.

Spesso si ha l’impressione, anche fra appassionati, che non siano molto definiti gli ambiti e gli insiemi: cos’è “klezmer” e cos’è “gypsy” oggi, secondo voi, e cosa sono stati – se differente - negli anni passati?
Ripartirei dal discorso fatto all’inizio di questa intervista: man mano che la nostra curiosità cresceva, cominciammo a esplorare il contesto in cui era nata la musica klezmer. E cosi scoprimmo che klezmer indicava originariamente, più che la musica stessa, i suoi esecutori, i klezmorim, gli "strumentisti" di origine ebraica. Questi erano veri e propri professionisti che si esibivano nelle occasioni e ricorrenze più disparate, quali feste e matrimoni. A volte, le orchestrine ambulanti di klezmorim erano composte anche da Rom, tutti, comunque, appartenenti allo strato più disagiato della popolazione di quei territori est europei. Questa confusione tra klemer e gypsy, cui tu fai cenno, deriva dal fatto che oggi molte band, musicisti, dj, operatori culturali, non sempre con una approfondita preparazione anche storica sulle origini di queste musiche, mischiano cose che in realtà sono ben distinte: un conto è la tradizione klezmer – ebraica – di lingua yiddish e un altro è quella rom – zingara – gitana – gypsy. Fin dalle origini, ebrei e rom suonavano le musiche gli uni degli altri ed un importante contributo alla conservazione della cultura musicale annientata con la Shoah, è arrivato proprio dai musicisti rom. E' chiaro che, dopo il crollo dei regimi comunisti dell'Est e a vent’anni di distanza dalla caduta del Muro di Berlino, con la creazione di un'Europa che dovrebbe favorire gli scambi e la multiculturalità, entrambi i generi vengono mescolati sempre più uno all'altro, e seguendo l’onda e anche un po’ la moda, si confrontano anche con le nuove tendenze internazionali, quali il rap, l’hip hop e la musica elettronica. Oggi un po’ tutti fanno balkan, klezmer, gyspy… anche perché, visti i successi, si ha l’impressione che sia diventato il vero genere musicale pop europeo.

Il vostro festival ha, negli anni, ospitato forse il meglio della scena mondiale della musica dell’Europa orientale e balcanica (altre definizioni su cui varrebbe la pena fare qualche precisazione…). Puoi ricordare alcuni di questi artisti e raccontarci brevemente un tuo ricordo personale per ognuno di loro?
Bella domanda questa sulla distinzione tra orientale e balcanica. Per musica dell’Europa orientale e balcanica, io intendo quell’espressione di tutti i popoli e le culture di quella vasta area compresa tra il Mar Adriatico e gli Urali, che ha come spartiacque il Danubio, e che, per come si sta evolvendo la storia, sta sempre più influenzando la nostra cultura ‘occidentale’, tenuto conto che ci sono anche gruppi giapponesi e australiani di musica “balcanica”. Sugli ospiti, poi, potrei raccontarti tanti aneddoti e ricordi da poter scrivere un libro; ma come tralasciare la ricchezza umana di un artista come Titi Winterstein; oppure la raffinatezza e l’orecchio musicale di Dimitri Lazaar, leader degli Urs Karpatz, che mi ha poi coinvolto all’inizio del concerto per leggere una sua poesia molto toccante sul viaggio del popolo Rom; l’incontro con Frank London e Maurice El Medioni; le notti trascorse ad ascoltare le esperienze di attivisti della causa Rom come Olah Vince e Dragan Ristic; l’improvvisata canora dopo cena nel ristorante-salotto bene di Pinerolo dei cantanti del Taraf de Haidouks. Impossibile nominarli tutti. Ognuno ha lasciato la sua impronta indelebile.

Klezmer e gypsy, musiche nomadi per eccellenza, musiche sempre in movimento per definizione. Dove stanno andando, in questo scorcio di millennio, e che destino avranno, secondo voi?
Nei quattordici anni di vita del festival abbiamo assistito e fatto da cassa di risonanza per i molteplici aspetti di queste musiche, dalle loro forme più ortodosse e tradizionali alle prime contaminazioni, ospitando anche gruppi di fama internazionale, come i Brave Old World, la Fanfara Ciocarlia, la Kocani Orkestar, i Dhoad Gitani del Rajasthan, Vladimir Denissenkov, Ljiljana Buttler, Florin Niculescu, fino alle sperimentazioni attuali più ardite, come le contaminazioni electro-klezmer-gypsy di un mostro sacro quale David Krakauer, che sarà presente in questa edizione a fianco del pop balcanico dei Besh O Drom, del tzigane-rock di Erika Serre & Emigrante e dell’etno-beat dei Paprika Balkanicus. Queste sono secondo noi le nuove tendenze attorno alle quali si muove un’orda impressionante di band, alcune delle quali con sound veramente nuovi e intriganti.

Sfera Culture, una realtà ormai radicata nella scena associativa piemontese. Il festival non è la sua unica realizzazione… ce ne puoi parlare?
Mi piacerebbe innanzitutto, risorse finanziarie permettendo, che Vincoli Sonori si sviluppasse anche con produzioni originali e diventasse un contenitore in cui far confluire cinema, teatro, fotografia, letteratura, sempre senza dimenticare che si tratta, comunque, di un festival di musica klezmer e gypsy. Dovrebbe essere un ulteriore approfondimento dei temi di cui ci siamo sempre occupati in tutti questi anni. Quanto ai nostri altri progetti, ruotano anch’essi attorno alla cosiddetta ‘world music’. A Torino e in Piemonte siamo tra le poche realtà con una certa esperienza in questo campo. Per fine agosto, abbiamo in cantiere un’iniziativa di teatro e musica di strada, con spettacoli itineranti e di circo musicale, oltre a concerti. Stiamo già pensando anche alla quarta edizione della rassegna che organizziamo a dicembre sulle voci e i suoni delle diverse culture.